27 set 2014

Aperi3A77

Salve! Sono il community manager della 3A 76-77 del liceo classico Dante Alighieri di Ravenna. Svolgo questo incarico solo part-time, eppure la remunerazione è enorme, sproporzionata allo sforzo profuso. Posso dimostrarlo, ho i numeri. Ma lasciate ch'io faccia una breve premessa.


Funziona così: parte l'idea di vederci per una mangiata o anche solo per un'aperitivo, come l'ultima volta. La voce mi arriva e io sfodero l'arma finale: il database!


Negli anni ho collezionato i contatti di TUTTI i miei compagni del liceo: ho almeno il cellulare e la mail. In nove siamo anche su facebook. In dieci usiamo whatsapp sul cell.

L'ultima volta ho messo su un doodle con 4 date e 3 orari per "l'aperitivo di classe" e poi ho fatto una bella mail e un post sul nostro gruppo privato 3A77 su FB. Tengo dietro alle risposte su un google doc. Se qualcuno vuol venire, ma non si arrischia a usare il doodle e si limita a rispondere alla mail o a commentare su FB, vado io in incognito a inserire la sua disponibilità. Funziona. Siamo attorno al 50% di "conversioni", un indice altissimo. C'è da dire che stavolta ho usato anche gli SMS: ho caricato i contatti sul mio account skype plus e via! Salta fuori anche il report di consegna ... ormai sono diventato un vero e proprio apprendista organizzatore di eventi.

Mi trovo dunque a dedicare qualche quarto d'ora a questo tirare le fila, sollecito i silenti, parlo agli indecisi, chiedo conferma via whatsapp, ricordo che mancano ormai 24 ore, annuncio il conto alla rovescia degli ultimi 60 minuti, e per tutto questo tempo (un paio d'ore in tutto, su venti giorni) ... sorrido e pregusto.

Siamo a 3 incontri in 12 mesi. La cena da Roberta, il pranzo da Rita e l'aperitivo da Ferrari. Adesso ho in mente di catturare i "distant fellows" per la ricorrenza del 2 novembre. We'll see. Per ora non avverto alcuna forma di assuefazione, l'emozione è sempre la stessa: intensa, complicata e con un bel retrogusto che mi tiene svampito per almeno 24 ore. Non sembrano passati 40 anni, non sembriamo nè ci sentiamo così vissuti. Non abbiamo compiti da portare a scuola il giorno dopo, li abbiamo già fatti tutti e adesso siamo come in vacanza su una scheggia di tempo; è "lecito" sentirsi così spensierati, in fondo siam ragazzi. Che colpa abbiamo noi?

Ieri sera Ferrari era aperto praticamente solo per noi. Pirez è arrivato per ultimo e poi è dovuto scappare per primo, sempre il solito. Noi siamo rimasti fino alle nove abbondanti. E poi lì davanti a parlare ancora un po' e poi un gelato in piazza, perchè no? Alla fine Antonio, Mazza ed io abbiamo accompagnato la Bezzi e Isabella su per via Diaz, fin davanti al Classico. L'abbiamo guardato, il palazzone "littoriano" del Classico, quelle finestrone del terzo piano. Lui ha guardato noi, ma non ha dato segno di riconoscerci. Bisogna capirlo. Isabella è montata in macchina e via, poi siamo arrivati sotto casa della Bezzi e via anche lei. Abbiamo proseguito per Largo Firenze e infine Piazza dei Caduti.

Mazza ha girato a sinistra, verso la Biblioteca Classense, andava a casa a piedi; Antonio ha girato a destra verso il bar Belli, andava a casa in bici. Io son montato su quel grande marciapiedi davanti alla Guido Novello, la mia scuola media e mi son bloccato lì da solo. Mazza da una parte, Antonio dall'altra, che ne sarà di me?

 
Tutta la spensieratezza della serata mi aveva lasciato completamente senza difese. Ho guardato da sopra la spalla Mazza che spariva dentro via Baccarini e un ultimo saluto mi è morto in gola. Di Antonio vedevo ormai solo la schiena ed era già troppo in là per sentirmi.

Che ne sarà di me, che ne sarà? Ho incassato la testa tra le spalle, ho infilato le mani in tasca e mi son proteso verso via De Gasperi, dove avevo parcheggiato. Via a passo spedito. Mi son fatto coraggio. Mi son fatto forza. Mi son detto ... dai! Dai! E avevo voglia di correre. Avevo voglia di vivere. Una gran voglia, come non avessi mai preso tutte le fregature che ho preso, e poi è arrivata una gran leggerezza, come non avessi mai dato tutte le fregature che ho dato.

Sarà durato un secondo, ma un secondo senza colpe nè cicatrici vale un sacco di tempo. Per tutto questo devo ringraziare voi, compagne e compagni del tempo che ci ha visti innocenti. Ed è per questo che, numeri alla mano, continuerò a fare, part-time, il lavoro di community manager della 3A 76-77 del liceo classico Dante Alighieri di Ravenna.

Alla prossima

11 set 2014

i 10 libri

I 10 libri che ricordo di aver letto con più piacere sono, in ordine cronologico tirando a indovinare:

  1. Quattro chiodi e un po' di ingegno - facili costruzioni per ragazzi - Gino Bertoli; 207 pagine illustrate per costruirsi giocattoli di tutti i tipi. Un "MAKERS!" del 1957. Se chiudo gli occhi posso sentire l'odore del Vinavil.
  2. L'isola misteriosa - Giulio Verne; l'avventura, la solidarietà, il chinino salvifico! La solitudine di Nemo in pensione.
  3. Cronache Marziane - Ray Bradbury; non mi ricordo niente se non che era bello come un bel sogno.
  4. Trilogia della Fondazione - Isaac Asimov; la mia iniziazione alla politica.
  5. La bella estate - Cesare Pavese; parole nitide come pezzi di vetro, mentre la vita si complica, si complica ... sono andato a cercare risposte a S.S.Belbo, da solo, in autostop e un po' è servito. Un po' poco, ma mi son divertito.
  6. Sulla strada - Jack Kerouak. Ho letto tutto Kerouak e tanto Ginsberg e Burroughs e non finivo mai e non son più partito. Per fortuna. Ma ero lì lì. Poi da grande ho riletto La città e la metropoli. Ed era un altro libro. I figli ti cambiano proprio.
  7. Cent'anni di solitudine - Gabo. Il libro che mi ha fatto più compagnia di tutti.
  8. La linea d'ombra - Joseph Conrad. Cento miglia di solitudine. E poi arriva il vento.
  9. Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta - Robert Pirsig. La moderna Recherche. L'antidoto alla paura di trovare. Comunque un libro peso. E Lila è peggio.
  10. Il giovane Holden - J.D. Salinger. E guai a te se cresci, Sig. Caulfield. Ci sarà tempo per quello. Avremo tempo.

Dieci son pochi. Domani mi pento.

PS. Un anno e un giorno senza un post. Resisto benissimo.

10 set 2013

a favore del bonus maturità

Scrivere mi calma.
Mi costringe a mettere in fila i pensieri, concatenarli tra loro e scegliere ciò che è più probabile possa avere un senso per chi leggerà. Adesso invece sono agitato. Penso alla selezione per entrare alla facoltà di medicina, i 60 quiz, i 100 minuti.

Sono 84 mila quelli che hanno deciso di provarci. I posti sono solo 11 mila, però. Questa decisione sul come  e quanto rendere scarsa la risorsa "formazione universitaria" viene partorita ogni anno dal MIUR, il ministero dell'Istruzione, che decide anche la distribuzione geografica. La corte costituzionale ha già sancito, nel 1998, che questo fatto non lede il diritto allo studio. Io non sono per niente d'accordo, ma questo conta niente, quindi prendiamo il numero chiuso come un postulato e andiamo avanti.

Chi saranno i fortunati 11 mila? Potremmo estrarli a sorte, no? Costerebbe pochissimo e nessuno tra gli esclusi avrebbe niente da obiettare. Ricorsi ZERO :-)

Le innovazioni dirompenti hanno questa caratteristica di offrire solo l'essenziale ad un prezzo insostenibile per la concorrenza. L'esame di ammissione "GRATTA & STUDIA" costerebbe al candidato pochi €, eviterebbe le transumanze umane il giorno fatidico della prova e uno saprebbe subito se ce l'ha fatta! Poca spesa, moltra resa e solo una puntina di ingiustizia. Sì, perché c'è subito un'obiezione, in fondo condivisibile, al "gratta & studia": dice infatti la legge che l'iscrizione all'università va subordinata al superamento di una selezione preliminare che ha lo scopo di valutare su base attitudinale e/o nozionistica la possibilità dei singoli studenti di frequentare con profitto e portare a termine con successo un determinato corso di studi.

Portare a termine con successo: questo in parole povere significa tenere fuori quelli che probabilmente non arriverebbero in fondo, non si laureerebbero comunque, per mancanza di impegno, motivazione, soldi, memoria, acume, perseveranza. Io ad esempio non mi sono laureato, anche se gli anni a Bologna per me sono stati bellissimi, profondamente formativi e mi hanno portato per mano a quella che oggi è la mia professione. Il pezzo di carta ... quello no, non l'ho portato a casa, con grande delusione dei miei. Però  ho studiato tanto e alla fine ho fatto la mia startup, anche se allora non era di moda e si chiamava solo "dittarella snc". Ma sto divagando.

Anche quest'anno quindi bisogna scovare "quelli che tanto non finirebbero" e tenerli fuori. Scartato il "gratta & studia" entri allora l'esame di ammissione!

Nella sua forma attuale (9 settembre 2013) l'esame di ammissione a medicina prevede 60 quesiti in forma chiusa (metti un pallino in una delle 5 risposte) da completare in 100 minuti. Per ogni risposta esatta guadagni 1.5 punti, per ogni sbagliata ne perdi 0.4. Quindi puoi totalizzare da 90 a -24 punti. Alla fine si fa una bella graduatoria nazionale e i primi 11mila entrano. Gli altri, si sa, non avrebbero comunque raggiunto la laurea.

Chi si occupa di formazione non esita ad ammettere che i test chiusi a tempo non sono quanto di meglio esiste per valutare un soggetto. Ci possono essere dei falsi negativi, cioè persone preparate che a causa dello stress non sono riuscite a far rendere appieno la loro competenza. Ma anche dei falsi positivi, cioè persone incompetenti che grazie alla loro smisurata fortuna o alla altrettanto smisurata corruzione che alligna nel nostro paese, raggiungono inaspettati risultati di vertice.

Dovevano saperlo anche al MIUR perché avevano definito un meccanismo per temperare il numero di falsi negativi e positivi: il cosiddetto bonus maturità. Di cosa si tratta?

Al punteggio raggiunto in 100 minuti si aggiunge una piccola quota (max 10 punti) in base al voto di maturità, quel voto che ha dietro di sé 5 lunghi e intensi anni di studio.

Se facciamo una media di 30 ore settimanali per 36 settimane all'anno abbiamo quindi che max 10 punti derivano da (60 minuti x 30 ore x 36 settimane x 5 anni) 324mila minuti di scuola superiore e max 90 punti derivano da 100 minuti di test. Un po' sproporzionato, ma meglio che niente.

Questo bonus però veniva riservato agli studenti che facevano parte dell'ottantesimo percentile di ogni commissione d'esame, a patto che il punteggio di maturità non fosse inferiore a 80. 10 punti a chi prendeva 100 e lode e via a scalare in proporzione.

E in tre righe ho perso l'80% per miei lettori, temo ... percentile! ... interpolare! L'Italia e l'algebra non vanno d'accordo, altrimenti non si spiegherebbero certi fenomeni di allucinazione collettiva come l'acquisto a rate con tassi d'usura di apparecchi inutili in sostituzione di altri perfettamente funzionanti. Per non parlare dell'appeal politico del populismo più semplificante e panciologo ... Ma di nuovo sto divagando.

Ho letto di padri, affermati professionisti del foro, affranti ed indignati per il fatto che il loro figliuolo, pur avendo preso un voto di maturità superiore a quello del figlio del collega, aveva un bonus nullo (con tutti i soldi spesi in ripetizioni!) Un'ingiustizia intollerabile, dicevano, e preparavano il ricorso. Ahhh, adesso mi sfogo.



Caro avvocato, provi ad immaginare la commissione d'esame di suo figlio con tutti i suoi esaminandi schierati davanti, in fila per uno. Le vengo incontro: diciamo 100 studenti per fare cifra tonda e semplificare i calcoli. Ci siamo ? Sì, sarebbero 50 - 60 di norma, gli esaminandi, ma mi permetta questa piccola forzatura: è a suo vantaggio. Bene. Questi 100 sono stati messi in fila non in ordine alfabetico o per altezza, no no: si parte da quello che ha preso meno e si arriva a quello che ha preso di più. Lo vede dov'è suo figlio ? Al 79° posto e ha preso un punticino in meno di quello all'80°. Uno stupido insignificante punticino. Che significa tutto questo, se stiamo ai fatti ? Significa che suo figlio ne ha una ventina davanti, di studenti. Cioè ci sono una ventina di ragazzi e ragazze che in questi 5 anni hanno studiato di più e meglio di lui, fino a finirgli davanti nel momento supremo dell'esame di maturità; esame che ha comportato diverse prove scritte e una bella prova orale, non 60 quiz in 100 minuti. Mi segue, avvocato? Sursum corda: suo figlio è il migliore degli ottanta peggiori. Però è anche il peggiore dei 20 migliori.

Glielo diamo un piccolo riconoscimento a questi 20 che hanno reso più di suo figlio? Dove sta l'intollerabile ingiustizia ? Vuole che le racconti dei 100 studenti tra cui, al 90° posto, c'è il fortunato figlio del suo fortunato collega? Anche se suo figlio ha preso 95 e quello del collega 93, suo figlio ne ha 20 davanti, capisce? Si è fatto passare davanti da quei 20, quel ... E il figlio del collega solo da 10. Ha fatto meglio lui, ne conviene? Sono fatti, incontrovertibili fatti. Vuole denunciare la commissione di suo figlio? E se invece fosse colpa di quella del figlio del collega? Denunciamole entrambe, anzi tutte!

A mio modesto avviso il bonus maturità sarebbe stato un piccolo (ma benvenuto) correttivo della prova d'ammissione. Averlo eliminato perché "era di complessa applicazione e avrebbe creato ingiustizie" è - questa sì - una affermazione intollerabile, perché presuppone che siamo stupidi e ignoranti: dov'è la complessità? Dov'è l'ingiustizia?. Averlo deciso DURANTE lo svolgimento della prova presuppone infine una totale mancanza di rispetto per chi in base alla sua esistenza aveva impostato la preparazione sia della maturità che della prova di ammissione.

Credo invece - e concludo - che le motivazioni che hanno guidato l'esecutivo siano principalmente legate al consenso spicciolo, non al bene comune. Si galleggia, non si fa rotta nè vela. I ricorsi degli 80 peggiori, sembra abbia detto il ministro, sarebbero stati superiori in numero a quelli dei 20 migliori, e questo è un ragionamento scientifico, non c'è bisogno di dirlo. Intanto, su questo stesso pianeta, l'istruzione conosce una rivoluzione copernicana grazie ai MOOC e agli strumenti di condivisione, ma non in questo stivale del cazzo in mezzo al mare.

Ecco, spero di essermi spiegato; adesso sono calmo. Troppo?

10 ago 2013

Scalate sugli alberi (Estatubez)

Son cresciuto al Villaggio Nullo Baldini, un bel quartiere di periferia tutto di condomini di tre piani / 6 famiglie di qua e di là da via Agro Pontino; si chiama Pontino perché siamo l’unica strada a Ravenna con un ponte sopra! L’unica! Un ponte per pedoni, un cavalcavia pedonale, un ponticello, un pontino, appunto. C’è anche il bar Pontino, giù in fondo, anche se in realtà è in via Santucci. Poi è saltato fuori che l’Agro Pontino era quel posto vicino a Roma bonificato dagli Scariolanti, partiti nel 1884 da Ravenna con Nullo Baldini, proprio lui. Ma comunque io l’Agro Pontino in Lazio non l’ho mai visto e invece il ponte c’è ancora e dovreste venire a vederlo; quando nevica si possono organizzare delle gare di bob, avendo i bob, o se no van bene anche slitte o al limite cartoni infilati dentro ad un sacco di plastica, c’è da schiantarsi dal ridere o contro un albero.

A proposito di alberi ! Al villaggio c’erano quasi più alberi che bambini, e che alberi! Altissimi, specie quando ero ancora piccolo. Nelle strade intorno, fuori dal Villaggio, al massimo c'erano degli alberelli dentro a dei giardinetti davanti a delle casette, ma noi invece avevamo dei prati immensi, da giocarci a calcio e a pallavolo contemporaneamente. Vedi che l'unione fa la forza ? Avevamo addirittura anche un giardiniere che ci teneva dietro, come nei giardini dei ricconi che si vedevano in televisione, falciava e potava di tutto e ci teneva che non rovinassimo niente. Comunque i giardini erano per giocare, non da “guardare e non toccare”, niente aiuole fiorite, solo un bel prato robusto e arbusti per nascondersi. E alberi, alberi per giocarci. Per scalarli, ad esempio, purché non ci fosse il giardiniere in vista, o qualche pensionato suo alleato, che se no era una tragedia e avrebbero fatto la spia all’Amministratore eccetera eccetera. Ma gli alberi erano tanti e gli spioni pochi, eh eh.

Mi ricordo che  spesso gironzolavo in bici e quando incontravo un bell'albero potevo decidere di andarci su, se ne avevo voglia.

I primi rami erano sempre a non meno di due metri da terra, quindi per prima cosa mi avvicinavo lentamente con la bici e frenando mi appoggiavo con una spalla al tronco; poi, senza mettere i piedi a terra, cioè senza scendere dalla bici, montavo coi piedi sul cannone, abbracciando il tronco, e infine mi raddrizzavo e mi attaccavo con le mani al ramo più grosso che riuscivo a raggiungere. Passare direttamente dalla bici all'albero era un rituale importante, che avrebbe favorito una bella salita senza incidenti.

Se c'erano due rami disponibili allora era facile: afferratili saldamente, un ramo per mano, portavo i piedi uno dietro l'altro sul tronco e ... camminavo in su fino a rovesciarmi a testa in giù, con le ginocchia più in alto delle mani. A quel punto piegavo le gambe e le mettevo sopra e attorno ai due rami di prima, restandovi praticamente appeso; dopo di che tiravo su il busto a forza di braccia e muscoli addominali. Alla fine mi mettevo in piedi sui rami e il primo passo era fatto. Con un ramo solo, o con rami troppo grossi per essere stretti con una mano sola, allora la salita un po' più complicata ma non meno fluida e veloce.

Gli alberi erano quasi sempre pioppi; c'era anche qualche ippocastano; veramente c'erano anche dei salici piangenti, ma non erano scalabili: non avevano rami bassi oppure se li avevano l'albero finiva subito e non c'era gusto. I pioppi invece avevano la prima biforcazione all'altezza del pavimento del primo piano di una casa e poi altre due, tre o quattro biforcazioni distanziate tra loro due metri o giù di lì; dopo di che il tronco e i rami diventavano troppo sottili e i rischi di rottura troppo grossi. Un eucalipto è l'unico che mi ha fregato: era basso, tre metri in tutto, bello pieno di foglie, coi primi rami a un metro e mezzo da terra, rami belli grossi, mi appendo e faccio come per buttare i piedi in su, camminando lungo il tronco. TRACK ! Il ramo è venuto via di netto dal tronco, senza preavviso, e io sono caduto giù che ero orizzontale, dando una schienata per terra che mi ha lasciato senza fiato. E' che ero in vacanza nel Gargano coi miei genitori, non conoscevo la flora locale e mi sono fidato. Ma non la considero una caduta da un albero perché in effetti non ero ancora salito. Così la mia carriera è immacolata.

Mi piaceva andare su da solo e starmene rilassato, possibilmente seduto su una biforcazione, ma anche in piedi non era un problema, e abbracciarlo, l'albero, non strettamente, ma gentilmente, con il petto appoggiato al tronco, e una spalla, e la testa, cioè un'orecchio; sì, con un orecchio appoggiato al tronco e gli occhi chiusi, a sentire il fuori dell'albero con l'altro orecchio, il vento, le foglie che stormiscono e quelle cose poetiche lì. E ondeggiare con tutto l'albero. E pensare a niente. Neanche un nome, o un avverbio e meno che mai un verbo. Solo ripensare tutti i rumori che faceva l'albero. Non i nomi dei rumori, tipo stormire, scricchiolare, solo i rumori, direttamente i rumori. Qualche volta stavo attento anche agli odori, ma di meno, perché erano sempre quelli e non erano un granché. Poi aprivo gli occhi e mi divertivo a stupirmi di fronte all'insolita visione. Spesso ero all'altezza del terzo piano di una casa, a oltre 10 metri da terra, mica poco, e la bici là sotto era un giocattolino ! E allora mi stringevo un po' di più al tronco, rabbrividendo. Delle volte me ne stavo lì a farmi sorprendere da strani pensieri; come quella storia della ragazzina bionda dagli occhi azzurri (veramente!) che faceva le elementari nella classe prima della mia, mai scambiata una parola, eppure abitavamo vicini, io tornavo a casa da scuola in bici e lei sulla Bianchina di suo babbo. Io partivo a razzo e lei mi superava dopo un po'. E tutte le volte si voltava dalla mia parte e ... mi sorrideva. Mi guardava negli occhi per un attimo, e sorrideva. Cioè non è che arrivasse sorridendo e mi guardasse, no no: prima arrivava, poi si voltava verso di me, mi abbagliava per un attimo con quei suoi occhi chiari e solo dopo sorrideva; vuoi proprio che fosse suo babbo le raccontava una storiella sempre in quel preciso momento del sorpasso ? Difficile ... quindi sorrideva a me. Elementare, Watson. Sorrideva a me. A quel punto me ne andavo avanti in folle per metri e metri senza più pedalare, senza più respirare, senza più chiederemi perchè diavolo mi sorridesse. Le femmine hanno questo potere di semplificare, perché le cose te le fanno sentire direttamente, senza parole di mezzo. E io me ne stavo al sicuro sull'albero a covare queste nuove sensazioni. Sperando che lei passasse e mi vedesse. Mai successo. Avrei costruito una casa sull'albero per lei, ma vedi, sto già complicando tutto.

A volte pensavo di essere una fogliolina come le altre, e stavo lì a fare la mia parte di fruscio, vuoto di pensieri e pieno di rumori e odori, contento di essere una cosa piccola, che male può mai sentire una cosa così piccola come una fogliolina ? Così lenivo le pene del mio giovane cuore. E non avevo ancora letto neanche un libro che contenesse la parola "Zen" nel titolo !

Poi ci sono state le scalate storiche, quando abbiamo "conquistato" le cime degli alberi per la prima volta; deve essere successo tutto in una estate, un anno eravamo troppo piccoli per farcela e l'anno dopo li avevamo fatti fuori tutti; lì era un lavoro di squadra, era un discutere e mettersi d'accordo, prima io sì ma dopo prima io, e poi provare e riprovare, una biforcazione per volta, senza rischi. E mai che uno di noi sia caduto, si sia fatto male. Avevamo la testa sulla spalle e attendevamo al nostro dovere di scalatori con dedizione e determinazione. E gli alberi ci ripagavano concedendoci le loro vette. Gli angeli custodi facevano lo straordinario.

Ricordo un pioppo vicino al cavalcavia pedonale, l'avevo battezzato K13, arrivava al quinto piano, non scherzo. Le prime tre biforcazioni erano venute via facili, ma la quarta sembrava impossibile: era l'ultima ed era troppo distante dalla precedente; in piedi sulla terza non si arrivava e prenderne un ramo con le mani. Eravamo in tre che ci provavamo; ogni tanto lasciavamo perdere e per giorni stavamo alla larga, ma poi ci ritrovavamo alla sua base a guardare in su. Alla fine dell'estate ci provammo un'ultima volta; io avevo addirittura realizzato una targa commemorativa in legno compensato a forma di foglia, da inchiodare lassù, c'erano scritti i nostri nomi e uno spazio vuoto per la data della conquista. Andammo su tutti e tre insieme e ci appollaiammo sulla terza biforcazione; facemmo qualche prova ma dovemmo constatare che era impossibile aiutarci l'un l'altro, tipo uno sta in piedi appoggiato di schiena al tronco e fa scaletta (cioè intreccia le mani a formare un gradino) all'altro, non c'era lo spazio ed era comunque troppo pericoloso per quello di schiena, che doveva mollare tutti gli appigli.

Usare corde o altri artifici era fuori discussione, non era nel nostro stile, un purismo che tollerava a mala pena la bici come lancio iniziale. Quindi la vetta sembrava proprio inviolabile. Poi Daniele fece una cosa nuova, pericolosa e mai tentata prima: stringendo bene il tronco con tutte e le due mani, cominciò a spostare i piedi sempre più all'esterno sul suo ramo; in pratica si allontanava con tutto il corpo dal tronco, restandovi avvinghiato solo con le mani, in una situazione instabile (e pericolosa) perché ancorata su tre punti allineati, in precario equilibrio. Non solo: più ti allontani dall'inizio del ramo, più fai leva e rischi di romperlo. Ma ecco la sua intuizione: il ramo su cui si muoveva coi piedi era fortemente inclinato e dunque più si allontanava orizzontalmente dal tronco, più saliva, avvicinandosi alla quarta biforcazione. Ad un certo punto mollò il tronco con una mano, la portò il più in alto possibile e afferrò il ramo della quarta biforcazione ! Da lì issarsi fu semplice.

La cima era sua. Si guardò lentamente intorno come a registrare nella sua mente l'evento per immagini, che la semplice nozione di avercela fatta era troppo poco, poi guardò noi con un sorriso abbozzato, e alla fine si guardò i piedi, rabbuiato. Scendere dalla quarta biforcazione infatti gli riuscì un po' goffo: dovette scivolare sul tronco a gambe strette, un espediente stilisticamente non proprio edificante. A turno poi siamo saliti tutti. Ma era un sistema pericoloso, l'abbiam fatto solo quella volta e solo perché era la prima volta del K13. La foglia l'ho inchiodata il giorno dopo. Forse era l'11 settembre, o giù di lì.

17 lug 2013

Dario begins

Copio qui una cosa scritta tempo fa ad una amica via facebook, che non vada perso; come se ci fosse da fidarsi più di Page & Brin che di Zuckerberg ... mi perdonerà Dario per la sua privacy strapazzata, ma in fondo va in giro con una cicatrice che neanche i pirati dei Caraibi ce l'hanno ;-)

Mio figlio Dario è nato con una "ernia diaframmatica" che sarebbe un buchino nel diaframma tra i polmoni e il resto della pancia. Di solito se ne accorgono subito, i dottori, perché il neonato fatica a respirare. Ma invece Dario è stato bene fin sui tre mesi. Poi sempre peggio, tosse, diarrea, non cresceva più, anzi calava ! Alla fine, con una radiografia si è capito il problema. Ed era un problema grosso: l'intestino era andato su per il buchino del diaframma e si era messo attorno ad un polmone e il cuore si era spostato a destra, insomma era tutto incasinato, povero Dario. E allora via a Bologna per l'operazione, solo che appena arrivato in ospedale si è preso un febbrone e una gran diarrea e avevano paura che non reggesse l'operazione così ammalato. E' passato più di un mese e lui stava sempre peggio, sempre più magro e sempre più gonfio nel torace, ma teneva botta e rideva ancora ogni tanto. Io andavo su e giù da Ravenna, tutti i giorni, mia moglie dormiva in ospedale la notte e io le davo il cambio la mattina così lei si riposava in albergo. Eravamo in 4 famiglie in quella stanza d'ospedale e abbiamo conosciuto dei genitori veramente forti, allo stesso tempo disperati e coraggiosi. Ci son passate tante fisime, in quel periodo, la vita era diventata semplicissima: Dario doveva vivere ! Punto. Mi sentivo come un animale che protegge il suo cucciolo ferito. Finalmente l'hanno operato e ... ce l'ha fatta. 2 settimane di rianimazione ma ce l'ha fatta. Ho fatto io la notte prima dell'operazione e ho tenuto per mano il mio piccolino per tutto il tempo. Non pensavo a niente, se non che gli tenevo la mia zampona vicina e ringhiavo come un lupo a tutti i pericoli e le sfighe che provavano ad avvicinarsi. La mattina mia moglie l'ha tenuto in braccio sempre, mentre aspettavamo che l'infermiera lo venisse a prendere. Quando è arrivata ci ha spiegato come sarebbero andate le cose, i tempi previsti, e poi ha teso le braccia verso Dario per prenderlo. E Marina d'istinto si è girata da una parte per non darglielo. Un attimo solo, un gesto impercettibile, ma di una forza ... Poi glielo ha dato. Lui ci ha guardato perplesso da sopra la spalla dell'infermiera mentre andavano via. Non piangeva. E neanche noi. Per un po'. Quella volta ho sentito una tale botta d'amore per mia moglie, per quel suo gesto così spontaneo, così sincero ... eravamo rimasti nudi come due animali, nei nostri sentimenti.

I medici l'hanno aggiustato ben bene, Dario; 7 ore di intervento, mi sembra; dopo ci han detto che era proprio al limite, l'intestino si stava atrofizzando così strozzato ! Ma l'hanno smontato e rimontato come si deve e si è subito "ossigenato". E intanto che c'erano gli han tolto l'appendice, che se no ritrovarla se si infiammava sarebbe stata dura ! Che storia, oh !

In rianimazione per dei giorni è stato incosciente; era stato "curarizzato", cioè paralizzato apposta perché non tirasse i muscoli della pancia, se no si poteva "scucire". Era pieno di tubi, per respirare, per nutrirsi, per ricevere le medicine ... noi lo potevamo vedere mezzora al giorno, un quarto d'ora a testa, io e Marina. Lì con lui c'erano dei prematuri che stavano nel palmo di una mano. Era il ciglio della vita, quel posto. Poi pian pianino Dario si è svegliato. Ma gli si incrociavano gli occhi all'inizio. Era stanchissimo. E penso anche incazzato perché lo avevamo abbandonato lì per tutto quel tempo. Non potrò mai dimenticare il giorno che gli ho portato la sua sveglia / coniglio di plastica gialla. L'ho fatta suonare e lui l'ha riconosciuta e finalmente ha sorriso. Ha teso le manine per prenderla e ha sorriso con gli occhi, che in bocca aveva i tubi e non si capiva. Che forza quel sorriso ! E che forza qual bambino. Volevo ruggire.

Poi un giorno gli hanno staccato anche l'ultimo tubicino e allora l'ho preso in braccio e abbiamo ballato e piroettato per un bel po'. Siam tornati a casa che aveva compiuto sette mesi. Con Marina diciamo che quello è stato il nostro Vietnam e siamo stati davvero fortunati a tornare indietro tutti e tre vivi e più forti di prima. Son stati in tutto due mesi o poco più, per noi; poi penso a chi c'è stato davvero, in Vietnam, o a chi ci ha lasciato un figlio, al Sant'Orsola - Gozzadini di Bologna, uno l'abbiamo conosciuto, e allora mi do dello stronzo. Comunque quei due mesi han proprio un sacco di colori, e di odori, nei nostri ricordi.

A proposito di Vietnam, nel weekend ho letto Asce di guerra, di Wu MIng e Vitaliano Ravagli; eccolo: http://www.wumingfoundation.com/gallery/ascediguerra.htm
Ragazzi ... l'ho scaricato e divorato; adesso leggo 54. Per ringraziare ho comprato l'eBook. 

12 apr 2013

il vento del cambiamento, le onde della complessità, le piattaforme degli intrepidi


Oggi sono al CNR di Bologna (http://www.bo.cnr.it/), dove 800 ricercatori operano nell'area di ricerca più grande in Italia. Aster (http://www.aster.it/tiki-index.php?page=HomePage), un Ente Regionale che qui ha la sua sede, ha convocato una manciata di blogger invitandoli a raccontare a modo loro la ricerca scientifica e il trasferimento tecnologico. Io mi sono astutamente infiltrato: oggi non vergherò istruzioni per i miei amati carriponte: scriverò invece per il web.

Sono forti qui all'Aster: ritengono di avere difficoltà a comunicare la loro missione; credono di non essere correttamente percepiti, da un pubblico ampio, per il ruolo critico che ricoprono a favore del tessuto produttivo territoriale. E allora hanno deciso di fare un esperimento, chiamando i blogger. Non si sono chiesti “funzionerà?”, magari storcendo il naso con scetticismo. NO. Invece si sono chiesti “come possiamo misurare l'efficacia di questa iniziativa?”. Misurare! Capite? Metodo scientifico. Chi è ASTER? Nasce nel 2002, con una Legge Regionale dedicata all'innovazione, prima in Italia. Ad oggi la nostra regione assorbe il 6% dei costi dedicati alla ricerca, in Italia, e produce il 15% dei risultati scientfici. Questo sì che è un signor ROI (Return On Investment). Cosa fa Aster?

Aster è una struttura della Regione Emilia Romagna che coordina 6 piattaforme dedicate al trasferimento tecnologico.

Piattaforma? Sarebbe a dire? Proviamo con qualche pennellata di colore. Immaginate una zattera tra i marosi e a bordo professori e ricercatori universitari, qualche imprenditore e un tot di amministratori e politici. Le onde della complessità e il vento del cambiamento assediano la piattaforma, ma la gente sopra si dà da fare a trovare una rotta e a raccogliere altri naufraghi. Sono sei le zattere, tutte a portata di voce; si scambiano informazioni e viveri, tengono botta insieme.

Voi dove preferite stare, giovani startupper e stagionati imprenditori? A mollo per conto vostro o a bordo in compagnia? E il trasferimento tecnologico, cos'è?

La ricerca scientifica studia via nuove. Cerca. “Se sapessimo cosa cerchiamo, non sarebbe ricerca” si dice solesse dire Einstein. Col trasferimento tecnologico si sottopone una scoperta scientifica alla prova del fuoco: il mercato. Diventa tecnologia quella scoperta che sopravvive nella competizione ed è compatibile coi nostri valori economici e morali. In questo innesto tra conoscenza e capacità sta l'innovazione: “vedere quello che tutti vedono e pensare quello che nessuno pensa”. Questa frase, pronunciata da Leda Bologni, responsabile “Scenari Tecnologici della Rete”, durante la presentazione dell'iniziativa, mi ha colpito per la sua tersa essenzialità.

Poco dopo il presidente di Aster, Fabio Rangoni, ha detto con orgoglio che se Milano è la capitale del sistema MODA in Italia, allora Bologna è la capitale dell'innovazione e della tecnologia. Elisabetta Toschi ha presentato la piattaforma “Meccanica Materiali”, la più robusta tra le 6 “zattere”, con un equipaggio potenziale di 28 mila imprese per 350 mila addetti e un fantastico trofeo in mostra sul picco più alto: siamo all'avanguardia nel mondo per il packaging. Questa è l’ossatura del nostro sistema produttivo e crea e dà forza ad un indotto robusto. Mi son venuti in mente i nostri contadini dei secoli passati: avevamo qua in Regione un grandioso sistema di irrigazione spontaneamente manutenuto alla massima efficienza perchè tutti, ripeto TUTTI, pulivano il proprio pezzo di canale e si ingegnavano a far scorrere, utilizzare e restituire il prezioso liquido. Si dice che nasce anche da qui la nostra tradizione all’integrazione produttiva e alla solidarietà.

La più piccola e la più giovane delle 6 piattaforme, presentata da Lucia Mazzoni, è quella dell’ICT, abitata dai “digitali”. La nostra Regione ospita solo un migliaio di imprese, mediamente di piccole dimensioni (compresa la mia), di questa tipologia, ma non c’è dubbio che questo sia il comparto più abilitante e infatti ne troviamo massicce dosi in tutti gli altri, dall’agroalimentare (che al packaging deve tanto per gli aspetti della conservazione) alle costruzioni, dall’energia e ambiente alle scienze della vita.

Più scorrevano gli interventi di presentazione, interpuntati dalle nostre domande, più mi sentivo ottimista. Non va tutta a rotoli, dunque, l'economia. Sarà il caso di farlo sapere in giro! Non tutti i capitali stanno fuggendo dal nostro paese. Non tutte le aziende stanno delocalizzando o semplicemente chiudendo o licenziando! Nemmeno il terremoto ha spento l'elettromedicale, anzi ne abbiamo approfittato, con la piattaforma Costruzioni, presentata da una entusiasta Teresa Bagnoli, per spostare il focus su sicurezza e sostenibilità.

Complessità, interrelazione, cambiamento, velocità sono le dimensioni e le direzioni del nostro vivere moderno. Io sono un piccolo imprenditore, amo il mio lavoro che è quello di scrivere software per risolvere i problemi dei miei clienti. So di operare in un settore caratterizzato da un rapidissimo cambiamento, all'incrocio di percorsi che attraversano TUTTI i settori economici. Quando ho iniziato, negli anni ottanta, mi son trovato a cavallo tra due mondi: da una parte i miei amici laureandi in fisica, che avevano importato i primi personal computer dall'America e dall'altra i miei amici ragionieri che per primi avevano osato affidare la contabilità della loro azienda a questi nuovi (ed economici) elaboratori da tavolo. Fare il mediatore culturale tra queste due tribù è stato esaltante: abbiamo cambiato il mercato con la nostra CogInt, la prima contabilità integrata della Romagna! Abbiamo fatto la nostra parte nella “disruption” dei minicomputer e dei servizi contabili: tante piccole aziende hanno potuto risparmiare un sacco di soldi e conoscere meglio e con più immediatezza il loro stato di salute economico. Abbiamo avuto fortuna ad essere lì in quel momento. Eravamo proprio avanti.

Poi le cose si son complicate. Molto complicate. Più concorrenza. Più costi. Ma anche più opportunità, nuove tecnologie,  nuove collaborazioni. Ma è dura, molto dura restare sul mercato. Ci vorrebbe anche un po’ di fortuna, per essere di nuovo lì, al posto giusto, al momento giusto. Io credo che fare ricerca e trasferirla alle aziende sia il modo laico e non superstizioso di augurare buona fortuna agli imprenditori e agli amministratori pubblici, di metterli quanto più possibile vicini al posto giusto nel momento giusto; poi ovvio se la giocheranno loro, si prenderanno le loro responsabilità.

Insomma compagni e amici, fate un salto all’Aster: coltivano dei quadrifogli che sono uno spettacolo! E vengon via con poco, finché sono di stagione.

Buon vento (come si usa dire tra la gente di mare, prima di lasciare la costa per un altro giro di giostra) !

8 apr 2013

turboblogging !

Aster invita 40 blogger a raccontare la ricerca industriale:

L'iniziativa si chiama turboblogging si svolgerà a Bologna, biblioteca CNR, il prossimo giovedì, 11 aprile. Io mi sono candidato dando queste due definizioni:

Cosa rappresenta per te la ricerca in un tweet?
La ricerca in un tweet richiede al massimo log base 2 ( 140 ) accessi, ci riesce anche un bambino. Non ho mai capito però perché non abbiano fatto 128 caratteri, cifra tonda. Ma son quelli che misurano in piedi e pollici, cosa vuoi pretendere ;-)

Come la ricerca può sostenere l'impresa?
La stagnazione può essere combattuta anche con l'ingresso di nuovi attori in grado di alterare gli equilibri economici in essere. A questo proposito la ricerca è un formidabile catalizzatore per la creazione di nuovi mercati e lo sviluppo economico ne risulta certamente favorito.

Poi ho linkato il mio post "L'odore dei numeri" e ... sono uno dei 40 ! Resto fermamente convinto che il trasferimento tecnologico possa essere una leva straordinariamente efficace per invertire il trend recessivo in atto e per trasformare i nostri mercati da paludi infestate da relazioni di potere ad ecosistemi orientati all'innovazione e all'efficienza e finalmente retti da una ritrovata giustizia sociale. Farò del mio meglio per divulgare quanto di buono stiamo facendo qua in Regione.

As avdè zobia (ci vediamo giovedì,  scusate il francesismo)

31 gen 2013

Idea per un libriccino


Come riprendere a fumare

in pochi semplici passi

avendo i soldi per farlo


Prefazione dell'autore

Non sto fumando, in questo momento. L'ultima sigaretta l'ho spenta il 20 giugno del 2006. Son contento d'aver smesso. So che posso riprendere quando voglio, anzi ho deciso che riprenderò a fumare durante il mio ultimo anno di vita; quindi adesso è un po' prestino, credo. Spero !

Sento dire da molti che vogliono smettere. Di fumare. Di drogarsi. Di scommettere. Di bere. Di dipendere da qualcosa o da qualcuno. Di perdere. E non ce la fanno. Ci ricascano: il vizio non li lascia andare.

Forse è questione di organizzarsi, non è solo un problema di volontà. Dice il grande generale Sun Tzu nella sua opera L'arte della guerra che bisogna studiare bene l'avversario e poi colpirlo nelle sue debolezze, lasciandogli un'unica via di scampo. Dov'è debole, il vizio ? Pensiamoci un attimo. Dov'è che il vizio è più indifeso, disorganizzato, depresso e sul punto di cedere ? Ma nella sua stessa vittima ! Nel fumatore, nell'alcolizzato, nel drogato stesso. Penso davvero che più ci si sente sconfitti, schiacciati e annichiliti dal proprio vizio, tanto più si è vicini alla libertà. Insomma bisogna schifare la morte, cioè il vizio, che ci lasci perdere. Andare disarmati, all'ultima battaglia; è coraggio ed astuzia, più che cieca volontà. E che via di scampo gli lasciamo, al vizio ? La via di andare affanculo. E restarci.

Le menti più acute nel campo della psichiatria e della farmacologia hanno investito intere vite di studio e di sperimentazione nella lotta alla dipendenza. Chi sono io per parlarne. Infatti. Ne voglio solo scrivere qualche pagina, per me più che per gli altri, per rivivere fatti notevoli. Se poi qualcuno ci trova del buono e riesce a farsi qualche anno da "indipendente" grazie ANCHE a questi ragionamenti ... bene ! Un problema in meno. Allora partiamo.

Inizio a scrivere queste pagine la sera del 2 maggio del 2012, terzo anniversario della morte del mio papà; lui se ne è andato che aveva quasi compiuto 77 anni; era a Milano, al Monzino, problemi di cuore, una lunga vita da grande fumatore alle spalle, da grande mangiatore, un insaziabile appetito e una insaziabile curiosità a spingerlo, anche quando non aveva fiato per più di tre parole in fila: in - qualche - modo ... me - la - caverò ... vedrai - che - roba. Mi manca, cazzo se mi manca. Il lutto, lo strazio di una assenza che non avrà termine, l'irrimediabilità di una separazione de-fi-ni-ti-va, quanto più sentirai il peso insostenibile di una morte a te così vicina, tanto più sarai vivo.


Introduzione

Si può dire che ho sempre fumato. Il primo pacchetto l'ho comprato a 18 anni, d'estate; lavoravo al campeggio Camping Coop 3 di Punta Marina, qua a Ravenna, come l'anno prima, ma stavolta mi era toccato il negozio di alimentari, due palle ... così la ziga era una scusa per starmene fuori all'aria aperta nel retro, ogni paio d'ore, e lumare le pupe che passavano. A metà Luglio ho mollato per andare a fare il muratore fino a ferragosto; lì ho imparato a fumare senza mani, con la testa inclinata da un lato e un occhio lacrimoso inesorabilmente centrato dal filo di fumo, mentre scazzuolavo e smartellavo con studiata noncuranza. Era già meno piacevole. Poi le scuole hanno riaperto ed è arrivato l'inverno. Non mi accorgevo più di fumare. Mi accorgevo di NON fumare. In aula la noia cresceva e così la voglia di una ziga. Poi durante la ricreazione fumavo nei cessi, sovrappensiero, senza accorgermene. Fanculo.

Le prime sigarette, quando stai ancora imparando a fumare, hanno un sapore stupendo. Un sapore ! L'odore ce l'hanno da spente, ma il sapore, il sapore ! Quando riesci a succhiare con la necessaria lentezza e progressività, senza arroventare troppo la brace, lavorando solo di bocca, senti la nuvola calda e umida che ti rotola lungo la lingua, fino alla gola che è ancora chiusa e aspetta che tutte le papille gustative si ergano nella nebbia ad inebriarsi di questo sapore nuovo, che cambia, si arrotola, si inspessisce e poi accenni appena ad un abbozzo di respiro e il fumo scorre veloce tra le mucose, casca giù e sembra che esploda nella trachea, un lampo e sei ad un millimetro dal tossire e allora chiudi gli occhi ed espiri un po', poi di nuovo provi ad aspirare, ma ormai è tardi, l'onda buona è passata, meglio soffiarlo fuori, ad occhi aperti, com'è diverso questo fumo vissuto, marrone e rado, una foschia stanca, com'è diverso da quello che sgorga dalla brace, azzurrino e compatto, una lama tagliente. Sei come ipnotizzato dalla spirale danzante di questo filo, ti gira un po' la testa, ma raddrizzi le tue due dita tremanti, non ancora gialle di nicotina, e ti butti a dare un altro tiro. E un altro, e un altro.

Le prime si fumano in compagnia. Si studia. Si sperimenta, ci si confronta. Si gioca a fare i grandi. Sono le sigarette più belle che fumerai nella tua vita. Goditele. Non ce ne saranno mai più di così intense e al tempo stesso delicate; tu non sarai più così attento, sensibile, riconoscente e felice di fumare. Insieme agli altri adepti  si provavano varie marche, col filtro, senza filtro, americane, francesi ! Oh le francesi, che lavoro ! Pesissime, saporose, inconfondibili, le uniche ziga veramente faticose ! Le Celtique grosse module, un pacchetto durava un mese, non le voleva finire nessuno. Le Gitanes papier mais "ti sei pisciato in tasca" ! Sì, perché la cartina era ... giallina. Le Gauloises, quelle avevano per noi provinciali il sapore aspro del maggio rivoluzionario, i lacrimogeni non sapevamo cosa fossero e di cosa sapessero.

E insomma l'apprendista fumatore va avanti curioso ed attento, sempre in cerca, poi ad un certo punto si imbolsisce, mette le pantofole e diventa pigro: per un po' ruota solo su due o tre marche e poi inesorabilmente si ferma: nel mio caso Marlboro morbide, rosse, ça va sans dire ! Il tabaccaio te le mette sul bancone prima che tu apra bocca. Quando compri il pacchetto per te, solo per te, allora hai finito di cominciare. Hai imparato abbastanza. La ziga non ti ama più, qualcosa si è rotto in quella favolosa storia d'amore. Dov'è la ziga che ho tanto amato ? Andata, perché adesso fumi distrattamente, che non è poi sta gran cosa fumare, non sa praticamente di un cazzo, sta ziga, però fumi, sempre. Smetto quando voglio, come no, ma poi perché smettere ? La ziga adesso è una parte di te, giovane, e come direbbe Grande Capo nel Nido del Cuculo, "ti sta fumando lei", ogni santo giorno che dio manda in terra.

FINE PRIMA PARTE ... (e adesso come vado avanti ? Quasi quasi mi accendo una ... )

14 gen 2013

Addio Aaron

Aaron Swartz si è suicidato pochi giorni fa. Aveva 26 anni.

Repubblica.it: L'addio di Tim Berners-Lee. Arriva anche il saluto del papà del World Wide Web, Tim Berners-Lee. Il "Sir" della Rete scrive su Twitter: "Addio Aaron. Viaggiatori del mondo, abbiamo perso uno dei nostri saggi. Attivisti digitali, siamo uno in meno. Genitori del mondo, abbiamo perso un figlio. Lasciateci piangere". E i retweet sono migliaia. Compreso il mio. Ecco il suo manifesto, tradotto spontaneamente in italiano su un google doc:


L'informazione è potere. Ma come ogni tipo di potere, ci sono quelli che se ne vogliono impadronire. L'intero patrimonio scientifico e culturale, pubblicato nel corso dei secoli in libri e riviste, è sempre più digitalizzato e tenuto sotto chiave da una manciata di società private. Vuoi leggere le riviste che ospitano i più famosi risultati scientifici? Dovrai pagare enormi somme ad editori come Reed Elsevier.

C’è chi lotta per cambiare tutto questo. Il movimento Open Access ha combattuto valorosamente perché gli scienziati non cedano i loro diritti d'autore e che invece il loro lavoro sia pubblicato su Internet, a condizioni che consentano l’accesso a tutti. Ma anche nella migliore delle ipotesi, il loro lavoro varrà solo per le cose pubblicate in futuro. Tutto ciò che è stato pubblicato fino ad oggi sarà perduto.

Questo è un prezzo troppo alto da pagare. Costringere i ricercatori a pagare per leggere il lavoro dei loro colleghi? Scansionare intere biblioteche, ma consentire solo alla gente che lavora per Google di leggerne i libri? Fornire articoli scientifici alle università d’élite del Primo Mondo, ma non ai bambini del Sud del Mondo? Tutto ciò è oltraggioso ed inaccettabile.

"Sono d'accordo," dicono in molti, "ma cosa possiamo fare? Le società detengono i diritti d'autore, guadagnano enormi somme di denaro facendo pagare l'accesso, ed è tutto perfettamente legale — non c'è niente che possiamo fare per fermarli". Ma qualcosa che possiamo fare c'è, qualcosa che è già stato fatto: possiamo contrattaccare.

Tutti voi, che avete accesso a queste risorse, studenti, bibliotecari o scienziati, avete ricevuto un privilegio: potete nutrirvi al banchetto della conoscenza mentre il resto del mondo rimane chiuso fuori. Ma non dovete — anzi, moralmente, non potete — conservare questo privilegio solo per voi, avete il dovere di condividerlo con il mondo. Avete il dovere di scambiare le password con i colleghi e scaricare gli articoli per gli amici.

Tutti voi che siete stati chiusi fuori non starete a guardare, nel frattempo. Vi intrufolerete attraverso i buchi, scavalcherete le recinzioni, e libererete le informazioni che gli editori hanno chiuso e le condividerete con i vostri amici.

Ma tutte queste azioni sono condotte nella clandestinità oscura e nascosta. Sono chiamate “furto” o “pirateria”, come se condividere conoscenza fosse l'equivalente morale di saccheggiare una nave ed assassinarne l’equipaggio, ma condividere non è immorale — è un imperativo morale. Solo chi fosse accecato dall'avidità rifiuterebbe di concedere una copia ad un amico.

E le grandi multinazionali, ovviamente, sono accecate dall'avidità. Le stesse leggi a cui sono sottoposte richiedono che siano accecate dall’avidità — se così non fosse i loro azionisti si rivolterebbero. E i politici, corrotti dalle grandi aziende, le supportano approvando leggi che danno loro il potere esclusivo di decidere chi può fare copie.

Non c'è giustizia nel rispettare leggi ingiuste. È tempo di uscire allo scoperto e, nella grande tradizione della disobbedienza civile, dichiarare la nostra opposizione a questo furto privato della cultura pubblica.

Dobbiamo acquisire le informazioni, ovunque siano archiviate, farne copie e condividerle con il mondo. Dobbiamo prendere ciò che è fuori dal diritto d'autore e caricarlo su Internet Archive. Dobbiamo acquistare banche dati segrete e metterle sul web. Dobbiamo scaricare riviste scientifiche e caricarle sulle reti di condivisione. Dobbiamo lottare per la Guerrilla Open Access.

Se in tutto il mondo saremo in numero sufficiente, non solo manderemo un forte messaggio contro la privatizzazione della conoscenza, ma la renderemo un ricordo del passato.

Vuoi essere dei nostri?

Aaron Swartz
Luglio 2008, Eremo, Italia





La vita va avanti.

2 mag 2011

L'odore dei numeri

Quand'ero piccolo certe volte mia mamma mi prendeva su con lei per andare a far la spesa. Stavamo in periferia, bastava attraversare la strada e sotto un palazzone di tre piani c'erano tre negozi: una merceria con vestiti e robe per cucire, un calzolaio con scarpe e robe di pelle, e infine una bottega con tutto il resto, soprattutto roba da mangiare. La bottega era il posto dove andavamo più spesso e dove c'era il maggior numero di tipi di cose, un assortimento da rimanerci secchi. Ci mettevamo in fila con le altre signore e io avevo tutto il tempo di bermi con gli occhi l'incredibile complessità del mondo degli adulti.

C'era un'unica commessa, nella bottega, una ragazza giovane e gentile, che sapeva TUTTO a memoria. Esempio: una cliente voleva un certo tipo di conserva di pomodoro, la commessa andava davanti ad uno scaffale, montava su uno sgabellino, pescava dentro uno scatolone col braccio teso sopra la testa e mostrava un barattolo alla cliente:
- Sì, quella, me ne dai due - rispondeva la cliente - e poi un etto di pancetta, anzi fai uno e mezzo, tagliata grossa - aggiungeva, scrutando un pezzettino di carta che teneva in mano. La commessa scendeva con i due barattoli stretti al petto, li infilava in un sacchettone di carta marroncina, appoggiava tutto in cima al bancone e andava a prendere un coso a strisce bianche e rosse e avanti così, una chiedeva, l'altra trovava, mostrava e avuto l'assenso insacchettava, finchè la cliente diceva "altro" e voleva dire che non voleva più niente.

E qui arrivava il momento veramente misterioso: la commessa faceva dei segni su un pezzetto di carta, chissà perchè, e diceva alla cliente:
- Son 12 lire ! - quindi dava il pezzetto di carta alla signora, la quale guardava il pezzetto di carta, cavava il borsellino dalla borsa, lo apriva con circospezione, individuava due pezzetti di carta, ma stampati, non scritti a mano, erano i "soldi", li dava alla commessa e diceva:
- Ecco 15 - e la commessa di rimando:
- 12 e 3 ... 15 ! Mi saluti tanto la Rosina, che è un po' che non la vedo.
Alcune monetine passavano di mano e infine il sacchettone andava in braccio alla cliente che usciva tutta contenta. E sotto a chi tocca ! Come faceva ricordarsi tutte quelle cose, la commessa, come se niente fosse ?

Non solo e non tanto DOVE erano i prodotti; Anch'io mi ricordavo dov'erano i miei giocattoli, i miei vestiti, la mie scarpe, quindi pensavo che con un po' di allenamento ce l'avrei fatta a memorizzare i posti di tutti quei prodotti. La cosa stupefacente era che sapeva indovinare i soldi ! Non c'era una volta che quanto chiesto ad una cliente fosse uguale: 12 lire, 5 lire, 20 lire, 2 lire e 30 centesimi ... e per forza ! Ogni cliente chiedeva cose diverse, in quantità e in assortimenti diversi. C'erano più possibilità che granelli di sabbia in spiaggia ! Io pensavo che quando la bottega era chiusa la commessa studiava in un librone dove poteva imparare tutti i prezzi di tutte le possibili combinazioni; me la immaginavo lì nella penombra intenta a mormorare sottovoce tutti quei numeri, additando prima uno scaffale e poi l'altro, un po' come faceva mia mamma quando studiava una poesia per insegnarla ai suoi scolari, solo che lei non additava mai niente.

Poi pensandoci bene mi resi conto che c'era un'altra complicazione: il resto ! Cioè la cliente, dispettosa, poteva dare dei soldi che non erano proprio quelli che aveva chiesto la commessa e allora lei doveva sapere come fare a darle anche quelle monetine, insieme al sacchettone, in modo che la cliente fosse contenta. Era un altro ordine di complessità che ingigantiva oltremisura la quantità di cose da imparare. E guai a sbagliarsi, le clienti facevano delle storie se i soldini di resto non andavano bene e la commessa diventava tutta rossa in faccia, quindi non era un gioco, c'erano numeri giusti e numeri sbagliati.

Insomma era veramente un mistero come facesse quella ragazza così carina e gentile a tenersi in testa tanta roba e continuare a sorridere e a mandare saluti alle nonnine acciaccate. Io non ce l'avrei mai fatta.

Così un giorno, di ritorno dalla bottega, mi confidai con mia mamma:
- Allora ho proprio deciso, mamma: da grande vado nel Far West a fare l'esploratore; lavorare in un negozio non ce la farei ... ci vuole troppa testa ! - e le spiegai per filo e per segno le ragioni della mia inadeguatezza.

Va detto, a mia discolpa,  che non andavo ancora a scuola. A leggere e scrivere avevo già cominciato un po' a imparare con Alberto Manzi, quello di "non è mai troppo tardi", una bellissima trasmissione TV per analfabeti, ma far di conto proprio niente. Fu una vera e propria rivelazione quando mia mamma mi disse che non si trattava di imparare a memoria. C'erano altre cose che la testa poteva fare, oltre che ricordare. C'era un sistema per indovinare i soldi giusti e lo stesso sistema andava bene anche per indovinare i soldini del resto. Lo stesso sistema ! E chissà quante altre cose poteva far indovinare ... ero eccitato come un apprendista stregone, e tanto feci e tanto brigai che alla fine mia mamma si arrese e mi insegnò anzitempo a contare sulle dita fino a dieci. E contai tutto il contabile in casa, a partire dai gradini della scala. Poi mi diede un gioco che lì per lì mi sembrò un po' una fregatura: era una scatola con dentro solo dei pezzettini di legno di diversa misura, ma non erano tanti e non ci si costruiva praticamente niente; i più piccoli erano dei cubetti ed erano gialli, poi ce n'erano dei rossi che erano grandi come due cubetti messi insieme, poi dei verdi da tre, dei blu da cinque e pochissimi bianchi da dieci.

Avevano un odore strano, come di olio, ma non erano unti. Quei legnetti mi fecero "toccare" l'aritmetica: mettevo in fila due cubetti da uno; gli mettevo di fianco il legnetto da due: erano lunghi uguali. Poi aggiungevo un altro cubetto e stavolta di fianco ci stava bene quello da tre;  altro cubetto e ... osto, il cinque è troppo lungo, ma due da due fanno proprio la lunghezza giusta ! Due legnetti da due fanno la stessa lunghezza di quattro cubetti e hanno proprio lo stesso identico odore, l'odore dei numeri.

- Quindi - disse la mamma - se i pomodori costano due lire - e mise giù un legnetto rosso - e la pancetta costa cinque lire - e gli mise di seguito un legnetto blu - quanto spendo in tutto ? - e mi mise in mano una manciata di cubetti. Io la guardavo, guardavo i miei cubetti e mi agitavo tutto, come se mi scappasse la pipì.

- Mettili di fianco, in fila, e poi contali - disse lei sottovoce e io ...
- Uno due tre quattro sei NO cinque sei ... sette ? - mi sorrise - Sette. Sette ! SETTEEEEEEEEE

Provammo altre combinazioni: un uovo da una lira, biscotti da tre lire, due pacchi, ehi, ma fa sempre sette ? No, è un caso. Tre uova e la pancetta: otto ! Due pomodori: quattro ! Un pacco di biscotti e un pomodoro: cinque ! Più un altro pomodoro: sette ! Più un altro ancora: nove ! E se non voglio più i biscotti ? Sei ! Tre pomodori fanno sei lire ! Funziona, il metodo funziona, sotto a chi tocca !
- Aspetta, e se ti do 10 lire - e la mamma mise giù un biancone di fianco ai tre rossi pomodori che erano uno in fila all'altro - quanto mi dai di resto ? - col dito faceva segno davanti alla fila dei rossi, nello spazio che mancava ad arrivare alla fine del biancone da 10. Io: bocca aperta e cervello chiuso.
- Dai, mettici i cubetti, qui ... quanti ce ne stanno ? - mi disse
- Uno due tre ... quattro ? - aspettavo il sorriso
- Ohi ! Certo che è quattro; adesso lo scambio è pari: 10 lire di qua, tre pomodori e quattro lire di là. Hai capito ?
- Sì ! Rifacciamo ... dai dai rifacciamo che poi lo faccio alla nonna e allo zio Antonio. Ma loro sanno già fare, anche se non lavorano in negozio ? Papà sa già fare di sicuro ...

Intanto che c'ero ho imparato a contare fino a cento (da undici a venti è dura ma dopo è tutta discesa) e ho fatto venire il mal di testa a tutti. Da allora ho iniziato a guardare con sospetto i maghi e gli indovini.

Sei per otto ? Asino cotto ! Le tabelline in effetti sono solo un fatto di memoria, c'è poco da ragionare, però sono indispensabili per fare in fretta i calcoli a mente, e nel Far West, si sa, sopravvive solo la pistola più veloce. Sette per sette ?

wikipedia: Pagina di Algebra di al-Khwarizmi

6 apr 2011

air2air images (well ... water to water)

At last, thanks to Mauro shooting from his Elan 37 Amelì, here're to you the first images of Farrier F-22 Rebel from outside of the boat during navigation:
The only way to obtain heeling on Rebel is using Photoshop ;-)
A very calm day ...
 around 3 Knots
 but we're moving, anyway

the water surface seems glass ...
To infinity and beyond ! (Buzz Lightyear, Toy Story)






The wind is increasing ... takeoff !


Click here for the picasa slideshow. Enjoy ! And now in Italian

Beh, non c'è molto da aggiungere, un'immagine vale 1000 parole, no ? Notare le vele, come sono affilate, e poi, visto di fronte, non fa paura, Rebel ? Cattivisimo ! Ma è più probabile che lo vediate di dietro, visto come fila ... (dai Mauro, non te la prendere, e grazie per le foto ;-) CIAO !

P.S. ho sbagliato blog ! Ecco perchè non trovavo più il post; il computer ha sempre ragione. Beh ormai ... visto che ci siamo, teniamocelo; tanto son belle foto, no ?

1 apr 2011

vento divino sul canale di sicilia

Alcune osservazioni fattuali ed una ipotesi di lavoro:

il 23 marzo Roberto De Mattei, tuttora vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (C.N.R.), intervenendo a Radio Maria, ha sostenuto che il terremoto e lo tsunami del Giappone, e più in generale le catastrofi naturali, sono "una VOCE terribile ma paterna della bontà di Dio";

il 30 marzo Silvio Berlusconi, tuttora Presidente del Consiglio, intervenendo a Lampedusa, ha sostenuto che in 48, massimo 60 ore il problema degli immigrati sarebbe stato risolto e l'isola restituita ai suoi abitanti; c'è chi giura di averlo sentito scommettere "se no mi dimetto";

passate 36 ore un maestrale da paura, oltre 30 nodi, s'è sollevato nel canale di Sicila, impedendo qualsiasi trasferimento via mare da e per le isole minori; c'è chi giura di aver inteso, nell'urlo del vento, le seguenti parole: "nanooo, fora di baaallllll";

forse era la VOCE terribile ma paterna della bontà di Dio;

http://bit.ly/dimissionidemattei

22 gen 2011

Tutto il potere ai ragazzini

Oggi è l'anniversario della nascita (non si può dire compleanno, eh ?) di Antonio Gramsci.

Leggevo l'articolo di Rampini (la Repubblica) sul cambio al vertice di Google: Schmidt (55yo) lascia il posto di CEO a Page (38yo), uno dei fondatori, mentre l'altro, Brin (37yo) si focalizzerà sullo sviluppo "social"; i tre hanno detto che era ora di velocizzare i tempi di reazione di Google.

Più avanti Rampini parla di capitalismo vero, quello che crea sviluppo, e racconta di come Zuckerberg (26yo), fondatore di Facebook, abbia di recente coperto di m&rda la Goldman Sachs, colpevole di aver messo in piedi una operazione finanziaria ambigua e opaca (e probabilmente fuori legge) riguardo la precollocazione di un miliardo e mezzo di azioni FB.

Google occupava 19835 persone il 31/12/2009, mondo intero. Magari adesso saranno un po' di più. Facebook meno di 2000. La nostra FIAT ne ha 190mila, di occupati, cioè 10 volte Google.

Tre ordini di grandezza (190k, 19k e 1.9k), con la più piccola (FB) che sale come un tappo di spumante e la più grande (FIAT) che galleggia (si fa per dire) come un ferro da stiro, mentre Google cerca nuovi modi per adattarsi e continuare a crescere.

Il ruolo della forza lavoro, nel terziario avanzato e nel manifatturiero sembrerebbe quanto di più diverso possa esserci: stimolati ad essere creativi ed orientati all'autogestione agile, i primi, umiliati da un taylorismo ottuso e decimati dall'automazione industriale, i secondi. Potrà durare ?

Interessante articolo sulle migliori aziende nel mondo in tema di "supporto" ai dipendenti: http://www.repubblica.it/economia/2011/01/24/news/classifica_fortune_100-11555951/

La Toyota ha da tempo sviluppato un metodo per coinvolgere tutti i dipendenti nel miglioramento continuo dell'azienda: è il kaizen. In America e in Germania i lavoratori (certo non tutti) sono concretamente coivolti in quanto azionisti attraverso il sindacato.

A me sembra che la tecnologia stia rendendo possibili forme di cambiamento che prima non erano praticamente realizzabili; la velocità di circolazione delle informazioni, la possibilità di aggregare e rielaborare questi dati è tale che si possono immaginare e attuare meccanismi di adattamento capaci di spremere valore da situazioni finora ingessate. Lì i ragazzini ci sguazzano, giustamente.

13 gen 2011

Strani giorni ...



E l'operazione nostalgia non è finita ! Trascrivo qui, una mail a una trasmissione radio di qualche tempo fa:
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Ciao a tutti.
Prima della domanda vorrei condividere un ricordo:


1972, Liceo Classico Dante Alighieri di Ravenna, assemblea di Istituto, ospite straordinario il segretario nazionale della FGCI, di passaggio in città.


Io avevo 14 anni ed ero al primo anno (IV ginnasio); venivo da una scuola media BELLA, piena di sperimentazioni, di prof  motivati e aperti, leggevamo il quotidiano in aula; insomma si stava bene.


Al classico i prof erano DISTANTI, le cose che insegnavano erano distantissime e i compagni di scuola ... di un altro pianeta, a partire dai vestiti. Insomma uno schifo di solitudine, un senso di inutilità da non capirci più niente.


Alle assemblee ci andavamo in pochi (era "disdicevole" !), ma almeno lì non mi sentivo spaesato; c'era gente come me, con la smania di fare qualcosa di nostro, ma cosa?


Il segretario nazionale si presentò e fece un discorso che adesso non ricordo bene, un bel discorso: faceva venire rabbia e fretta e però diceva di essere lucidi e organizzati, un discorso breve che concluse dicendo "adesso voglio sentire voi, e non quelli che parlano sempre, aspetta Laura e anche tu Fabrizio, sentiamo prima gli altri, i nuovi".


Scese il silenzio e salì il brusio nella nostra minuscola palestra; io prendevo il fiato, cercavo di pensare in fretta ma ... non successe niente per un bel po'; allora il segretario nazionale diede la parola ai soliti; alla fine non fece conclusioni, salutò abbastanza freddamente e ci avviammo fuori. 


Quando mi passò vicino presi il coraggio e mi buttai; "Massimo !" Lui si voltò e io in fretta e furia, mangiandomi le parole, gli dissi che lì a scuola si stava male, perchè quello che succedeva nel mondo restava sempre fuori; i prof. dicevano che non era ancora STORIA, non era possibile occuparsene con la necessaria obiettività, ma cazzo stava succedendo adesso, stava succedendo a noi !


Il segretario nazionale mi guardò con infastidito interesse, dicendo: "ma allora c'era qualcosa da dire, qui. Perchè non l'hai detto in ASSEMBLEA ?" E io risposi: "Beh insomma, cioè, ma tu cosa ne pensi, cosa dobbiamo fare con 'sti prof?" e lui, duro: "Quello che penso lo tengo per me".


Ci rimasi secco, con un punto interrogativo disegnato in faccia. Così lui si sentì in dovere di chiosare "se ti rispondo qui, adesso, non è POLITICO, sono chiacchiere tra noi, non serve a niente, non si cambiano le cose". "Ma serve a me ..." mormorai. "Appunto. E gli altri ? " E se ne andò.


Lì per lì l'avrei mandato ... a stendere, però ... in effetti ... il ragionamento era ... intelligente. 


"La libertà non è star sopra un albero", cantava Gaber, e noi abbiamo messo su la coop Radio Città a Ravenna; la paura di parlare in pubblico mi è un po' passata e la voglia di fare delle cose insieme non se n'è più andata.


Domanda per Massimo: gli strumenti tecnologici della partecipazione da quel 72 sono aumentati esponenzialmente, ma altrettanto ha fatto la sensazione di distanza tra "we, the people" e il potere. Quello che fate da Vespa o da Mentana, non sono anche quelle chiacchiere tra noi, che non servono a niente, che non cambiano le cose ? Si può fare un partito OPEN-SOURCE e lavorarci dentro tutti ? Comunque grazie per quella dritta, molto utile per quanto antipatica, di 36 anni fa: non l'ho più dimenticata.


Ciao !
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Indovinare chi era Massimo è facile, ma allora chi era Fabrizio ? E Laura ? Ah, dimenticavo: non mi ha mica risposto neanche stavolta ...

15 ott 2010

Blog Action Day 2010: ACQUA !

Paghereste un caffe 1000 € ? Eppure compriamo acqua minerale che è 1000 volte più costosa di "quella del sindaco" e 1000 volte dannosa all'ambiente. Ecco un bel filmatino, si capisce tutto anche senza sapere l'inglese :-)





Guardatelo a pieno schermo, bottoncino in basso a destra, e se premete cc potete scegliere i sottotitoli in italiano ! forte youtube, eh ?

4 ott 2010

Cantami, o mela ...

Steve Jobs avrebbe coniato il motto "think different" e questi sarebbero i suoi "sette principi dell'innovazione":

  1. Do What You Love. Think differently about your career.
  2. Put a Dent in the Universe. Think differently about your vision.
  3. Kick Start Your Brain. Think differently about how you think.
  4. Sell Dreams, Not Products. Think differently about your customers.
  5. Say No to 1,000 Things. Think differently about design.
  6. Create Insanely Great Experiences. Think differently about your brand experience.
  7. Master the Message. Think differently about your story.



Quello che mi fa girare di più le balle è il 4) vendi sogni, non prodotti. Quanto se la tira ... ma perchè li ho trascritti qui ? Bah !

28 set 2010

storify.com

Sto provando un nuovo strumento per ... scrivere prendendo dal web.

C'è un sacco di roba interessante su Internet, ma in effetti mettere insieme dei link, dei feed, delle immagini, dei cinguettii di twitter, degli stati di facebook, corredarli con poche semplici note e ovviamente socializzare il tutto beh insomma non è proprio semplice, veloce e immediato.

Questo storify.com serve esattamente a questo: trascinare (drag & drop) roba da Internet alle tue storie e ripubblicare il tutto ... ovunque ! Come qui sul blog, su twitter e su facebook. Bello no ?





tanto per dissacrare un po' ... here's to you my dear Frank Zappa.